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Due estratti dal libro di prossima uscita “Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna volume4” di Marco Viroli e Gabriele Zelli (Il Ponte Vecchio, 2019)

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Due estratti dal libro  di prossima uscita “Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna volume4”  di Marco Viroli e Gabriele Zelli (Il Ponte Vecchio, 2019)

Il terribile inverno del 1496 in Romagna tra meteoriti,

carestia e sifilide

L’inverno del 1496 in Romagna fu particolarmente rigido, piovoso e con nevicate tanto abbondanti da bloccare le persone all’interno delle proprie abitazioni.
Il 26 gennaio di quell’anno, alle 14 circa, nella collina di Valdinoce, ora frazione del comune di Meldola, sullo spartiacque tra i torrenti Voltre e Borello, cadde un grosso meteorite, come raccontano Andrea Bernardi, detto Novacula, nelle cronache forlivesi dall’anno 1476 al 1517, e Giuliano Fantaguzzi nelle sue cronache cesenati.
 

La caduta fu preceduta da dodici tuoni che si udirono anche a notevole distanza. Contemporaneamente caddero alcune rocce che, una volta recuperate, presentavano forma triangolare, mentre altre avevano una scorza di color ferro levigato, con attorno una serie di crepature. Altre pietre assomigliavano a perle ed erano durissime da rompere.
Il primo esemplare del peso di 12 libbre (3.612 kg), fu rinvenuto da un contadino in località Campo di Mazze, sepolto a circa 105 cm. di profondità. Questo pezzo fu poi regalato al conte Astorre di Valdinoce.
Immediatamente dopo la caduta si radunarono sul posto oltre cento persone che recuperarono altri quattro frammenti. Uno di questi pesava 6 libbre (1.806 kg.) fu recuperato nei pressi della zona in cui era stato raccolto il primo e fu offerto in dono a Ottaviano da Montefeltro di Urbino. Il terzo frammento del peso di 4.5 libbre (1.354 kg.) fu raccolto in località Fossa e fu donato al vescovo di Forlì, monsignor Tommaso dall’Aste. Il quarto del peso di 2.5 libbre (752 grammi) fu donato al conte Polidoro dei Tiberti di Cesena mentre il quinto, di cui non è pervenuto a noi il peso, fu trovato in località Solfatara e fu omaggiato a un gentiluomo veneziano.
Su consiglio di Andrea Bernardi, che si recò sul posto pochi giorni dopo l’evento, un frammento di 451 grammi fu staccato dal pezzo di 12 libbre in possesso del conte Astorre di Valdinoce e donato a Caterina Sforza. Secondo alcuni testimoni, le meteoriti cadute dovevano essere forse dodici, pari quindi al numero dei tuoni distintamente avvertiti prima della caduta.
La notizia fu successivamente riportata anche da altri storici, tra cui i forlivesi Paolo Bonoli e Sigismondo Marchesi. Alcuni cronisti cesenati scrissero che con un frammento del meteorite fu costruita una croce, posta sopra una colonna di marmo, e collocata in una celletta vicino al tempio di Santa Maria del Monte presso Cesena, denominata “la Crocetta”, abbattuta nel 1797.
La caduta dei meteoriti fu interpretata come un segno di future avversità. A conferma di questo, ma soprattutto a causa dell’inverno rigidissimo, di lì a breve in Romagna scoppiò una grande carestia, a cui Caterina Sforza cercò di porre rimedio vendendo sotto prezzo al popolo scorte di farina che conservava nei suoi depositi.
Nei mesi successivi, a causa delle ingenti piogge che impedirono il compiersi del ciclo completo dell’evaporazione, venne a mancare anche il sale delle saline di Cervia e tutti noi sappiamo quanto fosse importante il cosiddetto “oro bianco” a quei tempi per la conservazione dei cibi.
L’anno 1496 era iniziato nel peggiore dei modi, tanto più che la sifilide, il “mal francese” portato in Romagna dai soldati d’Oltralpe di passaggio, si stava diffondendo rapidamente, mietendo non poche vittime in Romagna.

Un fulmine spezzò in due la torre della rocca di Bertinoro

Nel 1493, Bertinoro entrò a far parte delle proprietà di Caterina Sforza, tuttavia il dominio della signora di Imola e Forlì fu breve e già nel 1495 Bertinoro si trovava di nuovo sotto la giurisdizione del papa. Il primo settembre di quell’anno, uno straordinario evento meteorologico fu interpretato come segnale divino avverso: un fulmine di potenza inaudita colpì la torre della rocca e la spezzò in due parti, incendiando, al contempo, il magazzino delle polveri da sparo, la “Santa Barbara”.
Scriveva il cronista Leone Cobelli: la saetta «fe’ iscopiare tucto quello casamento, in fino a li fondamenti cadè». L’esplosione innescò la carica di due spingarde che esplosero colpi come se «fosse stato uno che li desse el foco». Una palla di cannone partita dalla rocca colpì un’abitazione del paese in cui un gruppo di persone stava seduto a tavola, senza fortunatamente provocare vittime. Danni ingentissimi però si riscontrarono all’interno della rocca, dove ventidue uomini morirono a causa dell’esplosione del magazzino delle polveri.
Leone Cobelli ne era certo, il fulmine era stato lanciato dal cielo per far sì che Caterina Sforza si decidesse ad abbandonare Bertinoro: «O lectore, sta quieto che certo questa è una gran sentenzia de Dio».
E Caterina non tardò molto a decidersi ad abbandonarlo. Fu così che dal 1499 il castello venne assegnato da papa Alessandro VI in feudo al figlio Cesare Borgia che lo mantenne fino al 1503, anno della caduta del Ducato di Romagna.

 


Marco Viroli

giovedì 24 ottobre 2019