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Un mondo normale di nome Sinner

Un mondo normale di nome Sinner

Quando lo sport.

Quando lo sport diventa scuola di vita. Sembra quasi che il buon Sinner non solo conosca Kipling e la sua immortale “Se”, ma pure che la applichi al suo quotidiano da discepolo devoto, quasi con religiosa affinità. Così, mentre il modo intero sbraita indignato per l’avvenuto scippo a mano armata, lui nemmeno sporge denuncia. Nonostante da noi “qualcuno”, da nostrano italopiteco–sapiens (anche tra addetti ai lavori della moderna “palla corda”) ravvisi nel suo comportamento, vette ingiustificate d’ingenua coglioneria e un arbitro (perché “arbitra” o “arbitressa” scusate, ma proprio non si può senitre…) da radiare a vita. Bolgia da furore popolare, pelvico e ignorante.

Invece.

Invece no.

Invece la lezione è (e sarebbe) un’altra. L’essere vincenti sopra ogni cosa. Sopra i trofei e le medaglie che luccicano come il montepremi dei tornei che si frequentino. Perché citando appunto il poeta inglese, vincere come perdere, rimane la vera “impostura” sulla verità del proprio valore.

Se mai fosse il caso di apprezzare il tennista di San Candido (Nomen omen? Nel dubbio…) in primis, dovrebbe essere questo il reale motivo. Il dimostrare di essere padroni del proprio destino senza esserne vittima, senza fare di un torto subito la ragione della propria perdita.

Sinner lo ha fatto.

E forse la foto lo scatto più bello che dovremmo conservare di lui è proprio questo. Più di una Coppa Davies portata a casa 47 anni dopo quella conquistata in Cile o un Australian Open, vinto da primo italiano nella storia del tennis.

Perché i veri vincenti sanno essere prima di tutto persone normali.

Dentro un mondo fatto di cose, che di normale non hanno più nulla.

Grazie Jannick.

Foto Fabio Casadei


Emiliano Tozzi

martedì 16 aprile 2024

ARGOMENTI:     sport tennis