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Tre domande alla Dott ssa Federica Ruffilli, psicologa psicoterapeuta dell'IRST

Tumori, la forza di poterne parlare

Tre domande alla Dott ssa Federica Ruffilli, psicologa psicoterapeuta dell'IRST

Ci sono parole che per anni sono rimaste fuori dalle conversazioni, sostituite da espressioni come «brutto male». Oggi raccontare pubblicamente un tumore può contribuire a rompere quel silenzio, aiutando altre persone a sentirsi meno sole e più libere di esprimere ciò che stanno vivendo.

Una possibilità per chi si ammala. Le testimonianze del sindaco di Forlì Gian Luca Zattini e del vicesindaco Vincenzo Bongiorno offrono l'occasione per riflettere sul rapporto tra malattia, comunicazione e libertà personale. Perché dietro una diagnosi ci sono paure, relazioni, equilibri familiari e una quotidianità da ripensare. Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Federica Ruffilli, psicologa psicoterapeuta dell'IRST, che invita a superare anche un altro luogo comune: quello del paziente chiamato a mostrarsi sempre forte. Accogliere le proprie fragilità e chiedere aiuto sono passaggi importanti di un percorso che riguarda la persona nella sua interezza.

Dott.ssa Ruffilli, Zattini e Bongiorno hanno raccontato pubblicamente la propria malattia. Quanto possono aiutare queste testimonianze ad abbattere i tabù sui tumori?

Raccontare ciò che ci succede aiuta sul piano psicologico ed emotivo. Non serve soltanto a informare gli altri: è uno strumento per mettere ordine e attribuire un significato a quello che stiamo vivendo. Può aiutare chi parla in prima persona, ma anche chi si trova nella stessa situazione e, attraverso quella testimonianza, sente che esprimersi è possibile e legittimo. Per anni il cancro non poteva quasi essere nominato: si ricorreva all'espressione “brutto male”. Le dichiarazioni pubbliche rafforzano quindi il lavoro culturale e sociale che da tempo cerca di superare questi tabù. Il loro valore, però, non è stabilire un nuovo modo “corretto” di essere malati. Servono piuttosto a cambiare la comunicazione intorno alla malattia e a sostenere l'autodeterminazione del paziente.Ci si ammala perché purtroppo succede, non si sceglie; la persona che si ammala ha invece tutto il diritto di scegliere se e come parlare della propria esperienza. Superare lo stigma significa intervenire sui preconcetti: dalla possibilità di parlarne alle parole da usare, fino alle aspettative su come una persona dovrebbe sentirsi. È un cambiamento che può migliorare la qualità della vita dei pazienti.

Una diagnosi di tumore apre anche un percorso psicologico complesso. Quali sono le paure più frequenti e quanto conta riuscire a parlarne?

La diagnosi ha un impatto profondo su tutte le dimensioni dell'identità: il corpo, le relazioni, i ruoli, la sfera psicologica, emotiva e spirituale. In letteratura si parla di una frattura nell'identità. Durante i colloqui i pazienti descrivono spesso la propria vita come divisa tra un prima e un dopo la diagnosi. In questo quadro tutte le emozioni hanno un ruolo importante, con pesi, spazi ed effetti diversi. Le paure sono numerose proprio perché tanti aspetti della persona vengono coinvolti. Le principali riguardano la sofferenza, l'andamento della malattia e la morte. Accanto a queste ci sono il timore di perdere l'autonomia e quello delle trasformazioni fisiche: pensiamo ai capelli o ai cambiamenti del proprio aspetto. Ci sono poi le preoccupazioni per le persone care, il desiderio di non farle stare in ansia e la paura di pesare su di loro. Senza dimenticare il lavoro e la stabilità economica, che possono diventare ulteriori fonti di incertezza. Tutte queste paure sono legittime e hanno una propria dignità. Ogni esperienza singola ha tempi e bisogni che meritano ascolto e rispetto. È fondamentale riconoscerle, tenerle in considerazione e aiutare le persone a esprimerle e a chiedere sostegno.

Chi affronta un tumore sente spesso di dover essere sempre forte. Quanto conta accettare le proprie fragilità e quale aiuto offre il Servizio di Psiconcologia dell'IRST?

Ribalterei la domanda: che cosa significa essere forti? Socialmente tendiamo ad associare la forza all'assenza di fragilità, ma questa idea non aiuta. L'adattamento alla malattia è un processo che richiede di confrontarsi con i cambiamenti e con le proprie emozioni. Guardare le proprie fragilità può essere molto difficile: richiede coraggio, energie e "forza". Per questo è necessario aiutare il paziente ad attivare tutte le sue risorse. È proprio qui che si inserisce il nostro servizio. Siamo un'équipe di cinque psicoterapeute e lavoriamo per aiutare i pazienti a stare in contatto con le emozioni, mantenere un senso di continuità nella propria vita e trovare risorse interiori anche nei momenti più difficili. Cerchiamo di aiutarli a provare a dare un senso a quello che vivono, favorire l'adattamento alle cure e migliorare la qualità della vita. Offriamo un supporto psicologico e psicoterapeutico specialistico e gratuito ai pazienti oncologici e ai loro familiari, perché la malattia coinvolge tutta la famiglia. Possiamo accompagnare le persone in ogni fase, dalla prevenzione oncologica fino alle cure palliative. Una possibilità che non è presente in tutti i territori e in tutti gli ospedali: è un servizio prezioso, ed è importante che le persone lo sappiano.


Emanuele Bandini

venerdì 30 ottobre 2026

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