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Michele Minisci racconta la storia del Festival delle Voci Nuove di Castrocaro

Il primo talent show della musica italiana

Michele Minisci racconta la storia del Festival delle Voci Nuove di Castrocaro

In attesa che prenda il via il Festival di Sanremo, in versione rimaneggiata a causa dell’emergenza Covid, Michele Minisci, giornalista freelance e già direttore del Naima jazz club, racconta nel suo nuovo libro “Castrocaro-Sanremo. Solo andata” (Capire Edizioni) la storia del Festival Voci Nuove di Castrocaro, il fratellino minore del più blasonato festival della città dei fiori (chi vinceva a Castrocaro, infatti, a partire dal 1962, aveva accesso di diritto a Sanremo).

Il racconto di Minisci parte dal 1957, la prima edizione, che allora si chiamava “Primo festival per cantati di musica leggera”, e si sofferma su quello che succedeva dietro le quinte oltre che sul palco, durante le esibizioni nelle varie selezioni prima della finale. Si tratta di una cronistoria anno per anno, edizione per edizione, fino al 1988, anno in cui terminò l’abbinamento con Sanremo. Minisci racconta le trentuno edizioni del festival, prestando particolare attenzione all’atmosfera, alle emozioni, alle ansie, ai sogni che aleggiavano dietro le quinte e sul palco calcato da giovanissimi ragazzi e ragazze, tra i 16 e i 18 anni, che inseguivano il loro sogno: diventare famosi cantano canzonette.

Un racconto frutto di un lavoro certosino e di una ricerca minuziosa sulle pagine della stampa locale dell’epoca che seguiva con molta curiosità e attenzione questa kermesse canora, il primo talent show, come si dice oggi, della musica leggera italiana, con particolari curiosi e aneddoti divertenti riguardanti sia i concorrenti rimasti poi emeriti sconosciuti, sia i concorrenti diventati famosi dopo la vittoria a Castrocaro. Tra questi vanno ricordati Gigliola Cinquetti, Alice, Carmen Villani, Luca Barbarossa, Michele Zarrillo, Zucchero, ma anche i concorrenti clamorosamente eliminati come Mino Reitano, Iva Zanicchi, Caterina Caselli, Fiorella Mannoia, Edoardo Bennato, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Nek e gli 883 di Max Pezzali.

 

“Chiedete a una qualunque persona non abituata a scrivere di realizzare una propria autobiografia: magari si troverà in difficoltà, incapace di riordinare in pagine e capitoli un torrenziale flusso di eventi vissuti.

Ma date a quella persona un elenco di canzoni, uno per ogni anno della sua esistenza terrena. Canzoni famose, famosissime, che quell’anno lo hanno sonorizzato, che uscivano dalle radio, da juke box, dagli stereo, dagli schermi televisivi. Non è importante che quella canzone gli piacesse o meno: l’ha sentita, gli è entrata nelle orecchie, gli ha fatto da colonna sonora a quei mesi. Ecco: chiedetele adesso di raccontare tutto quel che gli ricorda ogni singola canzone. Vedrete che l’autobiografia si snoderà da sola, accompagnata dalle note di un successo discografico, da un tormentone estivo o da una ballata struggente, una canzonaccia da classifica o un classico immortale.

Il libro di Michele Minisci fa lo stesso procedimento, ma applicandolo alla storia d’Italia. Perché la canzone italiana ha accompagnato la cronaca, il costume, la società, e le foto che impreziosiscono questo volume mostrano l’evoluzione, il modificarsi dei gusti, della moda. E poi ci troverete aneddoti, curiosità, notizie sconosciute”.

(Gianluca Morozzi, scrittore e musicista)

 

“Il libro di Michele vale la pena. Ha fatto bene ad accendere i riflettori su una manifestazione che per tanti anni, specialmente fino agli anni ’80, è stata veramente importante perché permetteva a legioni di giovani cantanti, autori e interpreti sconosciuti, di poter accedere a un pubblico più ampio, con una porta d'ingresso qualificata e qualificante. Non a caso viene citata una lista di nomi molto lunga di concorrenti poi diventati famosi, e quindi devo dire grazie per questo libro che in qualche modo è servito a colmare un buco nella storia e nel racconto della musica leggera italiana.

 

Nel libro viene spesso sottolineato come anche le canzoni delle Voci Nuove di Castrocaro abbiano rispecchiato e raccontato, dalla parte dei giovani, la storia del nostro paese, perché credo che la canzone rispecchi sempre la cultura, la società e il momento che sta vivendo un paese, nel bene e nel male.

Molto interessante, infine, il capitolo in cui Michele si sofferma lungamente sul perché questo importante Festival per voci nuove sia nato proprio in terra di Romagna, a due passi dalla via Emilia, importante crocevia di creatività e di musica, dove sono sorti negli anni ’60 e ’70 decine e decine di locali da ballo, di feste de l’Unità, palestre importanti per giovani musicisti e cantanti per far diventare finalmente il canto e la musica, una vera professione”.

(Ernesto Assante, giornalista e critico musicale)

 

“Mi sono molto appassionato al libro di Michele perché nel suo racconto c'è esattamente quello che Castrocaro ha rappresentato anche per il tessuto sociale di questo paese, specialmente negli anni ’60 e ’70, e che purtroppo gli odierni talent, invece, non sono riusciti e non riescono a rappresentare. In due parole è stato anche un ascensore sociale di cui tanto si parla oggi anche nei dialoghi tra intellettuali e purtroppo troppo poco tra i politici, perché il festival di Castrocaro piombava praticamente dentro le nostre case, le case delle famiglie contadine, delle famiglie operaie, con la possibilità per molti giovani di emanciparsi e di farlo senza che questo rappresentasse la strettoia un pochino da Gratta e Vinci, da Ruota della Fortuna, come succede oggi con i talent show, dove sembra che ci sia una gigantesca macchina della comunicazione che confeziona i personaggi prima ancora che le canzoni.

Nelle interviste che Michele ha fatto ai vari vincitori emerge poi chiaramente come tutto partiva dal basso proprio come se fosse un grande campionato di calcio Primavera dove tu hai la possibilità di vedere effettivamente se un giocatore più che dieci tatuaggi o una fidanzata famosa è capace di far emozionare un pubblico e arrivare in prima squadra, a misurarsi veramente con la capacità di sfondare oppure no, perché poi la vita rappresenta semplicemente questa sfida”.

Tommaso Labate (giornalista e conduttore radio-tv)

 

Michele Minisci è nato in piccolo paesino in provincia di Cosenza, dove ha frequentato il Liceo Classico “Bernardino Telesio”. Ha studiato Giurisprudenza a Bologna e si è laureato a Ferrara. Giornalista freelance, ha lavorato all’Unità, Paese Sera, Tele Sanmarino, Ansa e negli Uffici Stampa e Pr della Lega delle Cooperative e dell’Unipol. Dopo un suo viaggio a New Orleans, rimasto folgorato dalla musica jazz e blues ha costituito un jazz club (Naima) che è diventato uno di più rinomati sulla scena musicale italiana, oggetto di un racconto quasi autobiografico intitolato “La notte che si bruciò il jazz” (Il Ponte Vecchio, 2009), con le prefazioni di Renzo Arbore, Carlo Lucarelli e la postfazione di Vinicio Capossela. Vive a Forlì, ha una figlia e due nipoti, e da diversi anni organizza eventi culturali-musicali in tutta l’Emilia-Romagna, in special modo un Festival Jazz dedicato a Chet Baker, mitico trombettista americano, il festival di voci femminili “Le Cantantesse” e un festival di musica etnica denominato “Sconfinando”.


Marco Viroli

lunedì 22 febbraio 2021