Boicottare l’intelligenza artificiale?
L’assurda tentazione di fermare il futuro che avanza
Ogni epoca ha avuto il suo nemico tecnologico. È quasi una legge non scritta della storia: quando arriva un’innovazione capace di cambiare davvero il modo in cui viviamo, lavoriamo e pensiamo, la prima reazione non è l’entusiasmo, ma la paura.
È accaduto con la stampa, quando si temeva che la diffusione dei libri avrebbe destabilizzato l’ordine sociale diffondendo idee pericolose. È accaduto con la ferrovia, quando qualcuno sosteneva che il corpo umano non fosse fatto per viaggiare a velocità così elevate. È accaduto con la televisione, accusata di distruggere la lettura e di impoverire il pensiero. E poi con Internet, descritto per anni come un caos senza gerarchie, un territorio senza verità, una gigantesca perdita di tempo. Oggi il bersaglio è l’intelligenza artificiale.
Si moltiplicano appelli al boicottaggio dei chatbot, inviti a disdire account, campagne per fermare piattaforme come ChatGPT, quasi fosse possibile spegnere la macchina prima che diventi troppo potente. Le questioni sollevate — la trasparenza degli algoritmi, la concentrazione del potere nelle grandi aziende tecnologiche, le implicazioni politiche ed etiche — sono tutt’altro che marginali. Sono temi reali, che meritano attenzione pubblica, discussione e regolamentazione.
Ma una cosa è chiedere regole. Un’altra è pensare di fermare un processo storico.
La letteratura aveva già immaginato molti dei dilemmi che oggi ci sembrano nuovi. In 1984, George Orwell non temeva una macchina intelligente capace di pensare al posto dell’uomo. Tem eva piuttosto il controllo dell’informazione, la manipolazione della verità, la possibilità che il potere potesse riscrivere il passato e orientare il presente. In Fahrenheit 451, Ray Bradbury non raccontava una tecnologia malvagia, ma una società che decide di non leggere più, di semplificare tutto, di rinunciare alla complessità del pensiero. E Isaac Asimov, con le sue celebri leggi della robotica, non proponeva di distruggere i robot: cercava un’etica possibile per convivere con loro.
Il problema non è mai stato la macchina. È sempre stato il potere e l’uso che se ne fa.
Essere “contro l’intelligenza artificiale” oggi è un po’ come essere stati contro Internet nel 1995. Allora molti pensavano che la rete sarebbe rimasta un fenomeno marginale, un passatempo per appassionati di informatica. Oggi sappiamo che ha trasformato l’economia, la comunicazione, la conoscenza, la politica, perfino la nostra percezione del tempo e dello spazio.
Si può discutere — e si deve — di regolamentazione, di pluralità tecnologica, di modelli open source, di responsabilità pubblica e privata. Ma pensare che il boicottaggio di uno strumento possa arrestare una trasformazione strutturale significa sottovalutare la portata del cambiamento in corso.
Perché l’intelligenza artificiale non è un’applicazione isolata. È già dentro la medicina diagnostica, nei sistemi antifrode bancari, nella logistica globale, nella ricerca scientifica, nella traduzione automatica, nella progettazione industriale. È presente nei motori di ricerca, nei sistemi di raccomandazione, nelle piattaforme che gestiscono enormi quantità di dati.
La vera questione non è se l'intelligenza artificiale debba esistere o meno perché già esiste. La questione è se vogliamo affrontarla da cittadini consapevoli o da spettatori spaventati.
Il rischio reale è la delega totale del pensiero. È smettere di verificare, di ragionare, di assumere responsabilità. È usare uno strumento come sostituto e non come amplificatore delle nostre capacità.
La storia insegna che le grandi rivoluzioni tecnologiche non si fermano. Si governano. La rivoluzione industriale non è stata bloccata: è stata progressivamente regolata. Internet non è stato spento: è stato integrato, con ritardi e contraddizioni, nella vita sociale ed economica del mondo contemporaneo.
Anche l’intelligenza artificiale attraverserà inevitabilmente questa fase di conflitto, entusiasmo, paura e riequilibrio. E forse, invece di chiederci se sia arrivato il momento di boicottare i chatbot, dovremmo porci una domanda più scomoda: siamo pronti a essere all’altezza della tecnologia che abbiamo creato?
Ogni epoca ha avuto la sua macchina simbolica: il telaio della rivoluzione industriale; la macchina a vapore, la rete digitale...
La nostra è questa: l’intelligenza artificiale. E non sarà il rifiuto a scrivere il futuro.
Sarà la capacità di abitarlo senza perdere la misura dell’umano.
Immagine creata con Ai
Marco Viroli
mercoledì 11 marzo 2026