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Connessi ma non soli.

Il ruolo dei genitori nell’educazione emotiva all’uso dello smartphone

Connessi ma non soli.

Lo smartphone oggi è parte integrante della vita dei bambini e degli adolescenti. Non è solo uno strumento tecnologico: è uno spazio relazionale, identitario, emotivo. È il luogo dove i ragazzi cercano contatto, riconoscimento, appartenenza.

Per molti genitori questo scenario genera preoccupazione, senso di impotenza, a volte conflitto. La domanda non è più se i figli useranno la tecnologia, ma come possiamo accompagnarli a farlo senza perdere il legame con loro.

 

Spesso l’adulto guarda lo schermo e vede solo tempo sottratto: allo studio, al movimento, alla relazione diretta. Ma dietro quello schermo, per un ragazzo, c’è molto di più. C’è il bisogno di essere visto, di non restare escluso, di sentirsi parte di un gruppo. C’è la paura del silenzio, la fatica della noia, la ricerca di distrazione quando le emozioni sono troppo intense. Comprendere il significato emotivo dell’uso digitale cambia profondamente il modo di intervenire: non si tratta solo di ridurre il tempo, ma di capire il bisogno.

 

Le regole sono necessarie, ma da sole non bastano. Funzionano quando sono inserite dentro una relazione solida. Un figlio accetta più facilmente un limite quando si sente ascoltato e rispettato, non quando si sente controllato. L’obiettivo non è diventare sorveglianti digitali, ma guide presenti. Chiedere cosa fanno online, cosa li diverte, cosa li infastidisce, cosa li fa sentire a disagio crea uno spazio di dialogo che protegge più di molti divieti. Un ragazzo deve sapere che può raccontare un errore o un’esperienza spiacevole senza temere una reazione sproporzionata.

 

I genitori restano il primo modello, anche nel rapporto con la tecnologia. I figli osservano come usiamo il telefono, quando lo usiamo, quanto spazio gli diamo nelle relazioni quotidiane. Se chiediamo presenza ma siamo continuamente distratti dalle notifiche, il messaggio che passa è incoerente. Non serve essere perfetti, serve essere consapevoli. Anche riconoscere i propri eccessi e correggersi è un insegnamento potente.

 

Mettere limiti non è un atto punitivo, ma protettivo. I confini danno sicurezza, anche quando inizialmente generano protesta. Stabilire momenti senza schermi, proteggere il sonno, evitare l’isolamento digitale nelle ore notturne, ritardare l’accesso ai social non è rigidità: è cura. Il limite comunicato con calma e motivazione trasmette un messaggio chiaro: mi importa del tuo benessere più della tua approvazione immediata.

 

In alcuni casi l’uso eccessivo dello smartphone diventa un segnale. Quando il dispositivo è l’unico rifugio, quando sostituisce ogni altra attività, quando l’umore dipende dalla connessione, può esserci sotto una fatica emotiva non espressa. Solitudine, ansia, insicurezza, pressione sociale trovano nello schermo una via di fuga rapida. In queste situazioni togliere il telefono senza ascoltare il vissuto rischia di aumentare la chiusura. Serve prima avvicinarsi alla persona, poi regolare lo strumento.

Dott.ssa Giorgia Reggiani- Psicologa Clinica Iscritta Albo Psicologi Emilia Romagna. Specializzata in Mediazione Famigliare e di coppia. Tel. 346/8543703


Redazione Diogene

mercoledì 11 febbraio 2026

ARGOMENTI:     emozioni genitorialità