Dalla Quaresima, alla Segavecchia e alla Pasqua
Gli antichi riti della Romagna
In molte parti della Romagna il primo giorno di Quaresima veniva detto "di San Grugnone" e in quel giorno tutti, soprattutto chi si era molto divertito l'ultima notte di Carnevale, dovevano eseguire il lavoro più pesante, odioso o sporco fra i tanti che abitualmente svolgevano durante l'anno. In campagna si trattava quasi sempre di svuotare la buca del letame. Ben più fresca e delicata era invece un'altra tradizione, che si protraeva per tutto il periodo quaresimale e che riguardava soprattutto i giovani: il gioco di "fòra vérd".
Ragazzi e ragazze dovevano sempre tenere con sé un ramettino o una foglia verde. Ogni incontro poteva infatti essere occasione per sentirsi fare la richiesta: "Fòra vérd!". Chi ne era sprovvisto doveva pagare una penitenza, generalmente in castagne secche, lupini, uova e simili.
La Segavecchia era ed è la festa di metà Quaresima, come abitualmente avviene a Forlimpopoli con un programma aggiornato ai nostri tempi. In passato nelle piazze veniva esposto il fantoccio di una vecchia arcigna, che, al culmine dei festeggiamenti, veniva segato a metà. Dall'interno del pupazzo spuntavano arance, noci, mele e fichi secchi. Nel giorno della Segavecchia era anche usanza allestire carri mascherati, spesso costruiti con materiale povero di uso comune, sistemato fantasiosamente sopra un carro contadino. Nelle piazze si suonava per dare la possibilità di ballare, un divertimento vietato negli altri giorni di Quaresima. Ai bambini era riservato il gioco della "pignataza", che consisteva nel cercare di colpire con un bastone, bendati, delle pentole di terracotta appese a una corda generalmente piene di dolcetti e frutta secca.
I riti della Pasqua venivano lungamente preparati, più in campagna che in città. In molte realtà, una quarantina di giorni prima, le donne andavano in chiesa a seminare in alcuni vasi la veccia, una pianta erbacea comunemente usata come biada, che ha la caratteristica, se cresciuta al buio, di assumere un aspetto biancastro e filiforme. Questo consentiva alle donne, il giovedì precedente la Pasqua, giorno in cui si usa nelle chiese preparare il Sepolcro, di disporre i vasi di veccia attorno al crocefisso disteso sul pavimento. Nelle città invece era consuetudine, nel venerdì di Passione, fare il giro dei Sepolcri delle varie chiese. Per chiamare i parrocchiani alla Messa, dovendo restar muto il campanile, il prete e il sacrestano si servivano della "scarabatla"; una tavoletta di legno, che aveva in una faccia un'asta metallica fissata solo ad un estremo, mentre nell'altra era dotata di un manico. Afferrandola per il manico si scuoteva la "scarabàtla” che provocava un ripetuto e secco rumore, che era il segnale dell'ora della funzione religiosa.
Durante il Sabato Santo, che diversamente da oggi era la giornata più importante, fra le 10.00 e le 11.00 venivano sciolte le campane. All'alba di quel giorno erano ancora legate le campane delle chiese e i contadini avevano fatto altrettanto con gli alberi da frutto. A metà mattina del sabato uno scampanio a distesa irrompeva nell'aria, mentre i sacerdoti benedicevano d'acqua santa. Secondo una tradizione popolare, per qualche ora dai primi rintocchi di campana tutta l'acqua era acqua benedetta: quella dei pozzi, dei ruscelli, dei lavatoi, quella dei catini che in ogni casa erano stati preparati. Con quell'acqua bisognava bagnarsi il viso e gli occhi, per mantenere sana la vista. Poi si immergevano le mani nei catini e si spruzzava tutta la casa, sempre alla ricerca della protezione divina.
Veramente altri tempi! Per saperne di più consiglio il libro "Sfogliando il calendario. Tradizioni della Romagna dimenticate" di Radames Garoia, pubblicato qualche mese fa.
Gabriele Zelli
lunedì 30 marzo 2026