Tre Domande a Marco Catalano, consigliere Comunale del Comune di Forlì
Il problema della microcriminalità straniera va affrontato, non nascosto
Marco Catalano, 55 anni, avvocato penalista, è consigliere comunale a Forlì dal 2014. Nella passata legislatura ha ricoperto il ruolo di assessore con delega al PNRR, all'agricoltura e agli affari legali e rapporti con il consiglio. Oggi siede nuovamente in consiglio comunale e, per la seconda volta, in consiglio provinciale per la Lega. Ex cestista, ha alle spalle un lungo passato da dirigente sportivo nel mondo del basket, ed è attualmente club manager del Forlì Football Club.
Lei è avvocato penalista, nella sua esperienza professionale, che scenario si trova ad affrontare rispetto alla criminalità a Forlì?
La mia professione mi porta a lavorare in prevalenza nell'ambito penale. Tengo a precisare che non mi occupo di pratiche d'immigrazione, e questa esperienza quotidiana in aula e negli studi mi permette di dire, con cognizione di causa, che oggi la maggior parte della microcriminalità e della criminalità in generale registra una netta prevalenza di soggetti stranieri. Non è un'impressione, è un dato che emerge dal lavoro di ogni giorno. Questo comporta diverse difficoltà pratiche, che chi non frequenta le aule di giustizia fatica a immaginare: prima di tutto la mancanza di un'intesa linguistica con l'assistito, che rende complicato anche il primo colloquio; poi una difficoltà ricorrente nel far comprendere il disvalore della norma violata, cioè nel far capire perché un certo comportamento è considerato reato nel nostro ordinamento; a questo si aggiunge la difficoltà nel concordare una strategia difensiva condivisa, e infine tutta una serie di variabili che si incontrano nell'esecuzione penale dopo la condanna, dalla gestione della pena alle misure alternative. È anche vero, e va detto con altrettanta chiarezza, che spesso chi delinque per tendenza, parlo di una parte degli stranieri non della generalità, viene a delinquere proprio in Italia perché nei paesi d'origine le pene sono molto più severe, e questo è un elemento che chi si occupa di giustizia penale conosce bene.
Cosa pensa delle politiche di integrazione messe in atto finora, e dove individua le cause del problema che vive Forlì, in particolare nei quartieri popolari?
I forlivesi non hanno oggi possibilità di scelta, né su come arginare il fenomeno né su come convivere con la microcriminalità straniera senza allarmismi. Né Forlì né l'Italia possono sottovalutare quella che ormai è diventata una piaga. Il problema andava reso tollerabile con un percorso di integrazione lento e qualitativo, come accadde per gli italiani emigrati in America, pur con numeri diversi, attraverso leggi stringenti e un percorso anche sociale. Questo non è avvenuto. Non voglio che chi legge fraintenda: so che può sembrare superficiale dire che ci sono lavori che gli italiani non vorrebbero più fare, e che quindi serve manodopera straniera; ma proprio su questo si sono creati altri problemi. Parte della colpa va cercata anche nel passato recente: l'introduzione del reddito di cittadinanza ha dato il colpo di grazia all'artigianato e alla manodopera italiana, un effetto che vale anche per cittadini di altre etnie, molti dei quali ne hanno approfittato per restare fermi, magari arrotondando con lavori in nero e mettendo in difficoltà il Paese. È un cane che si morde la coda, come succede con ogni norma che viene tirata e abusata. Interi palazzi sono ormai abitati quasi esclusivamente da stranieri che fanno gruppo, che impongono la propria cultura, tanto che le piazze vengono disertate dai forlivesi per paura. Le vie di integrazione andavano avviate anni fa: oggi il problema si ripropone con le seconde generazioni, che spesso si impongono sugli indigeni.
Quali soluzioni concrete propone il suo gruppo consiliare, a livello locale ed europeo?
Il nostro gruppo consiliare ha presentato la proposta di spegnere i varchi del centro: un modo per restituire vitalità alla piazza e far tornare i forlivesi a frequentarla senza paura. La proposta ha trovato l'appoggio di alcune associazioni di categoria e delle forze dell'ordine, perché la paura è il sentimento comune tra commercianti, professionisti e chi lavora in centro, molti dei quali non a caso, hanno scelto negli anni di spostare l'attività in periferia, ritenuta più sicura. Abbiamo anche proposto di eliminare alcune costruzioni ACER ormai vetuste e di selezionare meglio chi accede agli alloggi popolari, dando priorità agli italiani: le politiche abitative sbagliate portate avanti per anni, penso ad esempio a piazza Saffi, hanno amplificato il problema. Abbiamo chiesto inoltre una quota di alloggi ACER riservata alle forze dell'ordine. Le case popolari un tempo erano un premio, oggi sono percepite solo come un diritto: ma a un diritto deve sempre corrispondere un dovere, e finché questo equilibrio non viene ristabilito è difficile migliorare la situazione. A livello europeo, guardo con favore al lavoro della Lega per rafforzare i confini esterni dell'Unione e arginare l'immigrazione clandestina: siamo in Italia, è il nostro Paese, e chi vuole venire qui deve rispettare le nostre regole, comprese quelle di opportunità e di uso e costume.
Foto Studio Frasca
Emanuele Bandini
giovedì 27 agosto 2026