Lo schermo tra noi e il pericolo
Il cortocircuito tra reale e virtuale di fronte all’emergenza
Ci sono tragedie che non si limitano a ferire. Scuotono. Disorientano. Ci costringono a fermarci nel mezzo del rumore quotidiano per chiederci non solo che cosa sia accaduto, ma soprattutto che cosa dice di noi ciò che è accaduto. La tragedia di Crans-Montana è una di queste. Giovani vite spezzate in una discoteca, in un luogo che per definizione dovrebbe essere spazio di leggerezza e non di morte. E insieme al dolore, un’immagine che ha colpito più delle parole: ragazzi che continuano a ballare, altri che tirano fuori il cellulare e filmano, mentre l’emergenza cresce davanti ai loro occhi.
È facile, di fronte a scene così, cercare un colpevole immediato. È umano. È istintivo. Ma sarebbe un errore profondo trasformare in imputati coloro che si sono trovati dentro una situazione che nessuno dovrebbe mai vivere.
Questa tragedia non chiede processi morali ai comportamenti sotto shock. Chiede piuttosto una riflessione più onesta e più scomoda: sulla responsabilità vera, quella che precede l’evento, quella che avrebbe dovuto impedirlo.
Perché prima ancora di chiederci perché qualcuno abbia filmato, dovremmo chiederci perché quell’incendio sia potuto diventare una trappola.
La musica che non viene interrotta, le luci che restano spente, un’uscita di sicurezza chiusa non sono dettagli: sono indicatori di una catena di responsabilità spezzata. E quella catena non riguarda chi ballava o chi filmava, ma chi doveva prevenire, vigilare, intervenire.
Quando la musica continua, le luci restano spente e le uscite sono chiuse, il messaggio implicito è uno solo: “non c’è pericolo”.
Perché le norme di sicurezza non hanno funzionato. Perché i controlli non hanno intercettato ciò che era intercettabile. Perché un luogo di divertimento si è trasformato in un luogo di morte.
La fragilità dell’umano sotto shock
In situazioni di emergenza il comportamento umano non è mai lineare. Non è razionale. Non è eroico come nei film. È fragile. Confuso. A volte contraddittorio. Chi si ferma a filmare non è un colpevole: è una persona travolta dallo shock, immersa in una realtà che improvvisamente perde coordinate. La psicologia lo spiega bene: in condizioni estreme la mente può entrare in uno stato di dissociazione, in cui l’azione si sospende e subentra l’osservazione. Non per scelta, ma per difesa.
Filmare, in quei momenti, può diventare un gesto automatico. Non un atto di superficialità, ma una reazione istintiva per creare distanza dall’orrore.
Per rendere ciò che accade un po’ meno reale. Ed è proprio qui che si innesta il cortocircuito del nostro tempo.
Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini estreme. Catastrofi, attentati, incendi, guerre attraversano quotidianamente i nostri schermi.
Le vediamo senza viverle. Le consumiamo senza sentirle davvero. Questo produce un effetto profondo: quando qualcosa di simile accade davanti a noi, il cervello può reagire come se fosse ancora davanti a un display. Osservo. Registro. Non agisco.
Il cellulare è diventato una protesi della percezione. Guardiamo il mondo attraverso lo schermo e, a forza di farlo, abbiamo imparato a filtrare anche l’emozione, anche la paura.
In questo contesto, filmare un incendio non è solo documentare. È trasformare l’evento in contenuto. È spostarlo dal piano dell’esperienza a quello della narrazione. E ciò che diventa narrazione, paradossalmente, sembra meno urgente. Meno pericoloso. Meno definitivo.
C’è in questo una responsabilità indiretta dei social media in questo clima culturale. Non come colpa giuridica, ma come responsabilità simbolica: aver costruito un mondo in cui ogni istante sembra dover essere raccontato, condiviso, archiviato. Un mondo in cui l’importante non è tanto salvarsi, ma esserci.
Ma se vogliamo essere onesti, dobbiamo dirlo con chiarezza:
il vero scandalo non è un cellulare acceso, il vero scandalo è un sistema di sicurezza che non funziona.
Il vero scandalo è che nel 2026 si possa ancora morire in un locale per mancanze che dovrebbero essere impossibili.
Il vero scandalo è che le regole antincendio esistano sulla carta, ma non sempre nella realtà.
Il vero scandalo è che i controlli, quando non vengono fatti o vengono fatti male, trasformano l’imprevedibile in inevitabile.
Possiamo discutere a lungo dei comportamenti dei giovani, ma se spostiamo lo sguardo dai controlli mancati ai gesti confusi delle vittime, rischiamo una colpa imperdonabile: trasformare chi subisce in responsabile di ciò che ha subito.
La domanda vera non è: perché hanno filmato? La domanda vera è: perché non erano protetti?
Educare al reale: scuola e famiglia insieme
Certo, la scuola ha un ruolo decisivo. Deve educare alla percezione del pericolo, alla capacità di distinguere tra osservare e agire, tra raccontare e proteggersi. Deve aiutare i ragazzi a capire che non tutto è contenuto, che non tutto è storia da postare, che la realtà chiede talvolta una risposta immediata e fisica.
Ma sarebbe un errore grave pensare che questo compito spetti solo alla scuola. L’educazione al reale comincia molto prima. E comincia in famiglia. E tutto questo lo dico con cognizione di causa, come padre di due ragazzi adolescenti, come docente di Scuola Secondaria Superiore.
È in famiglia che si costruisce il primo rapporto con il rischio, con la prudenza, con il senso del limite. È lì che si impara, spesso senza discorsi espliciti, che la vita viene prima di tutto. Che nessuna immagine vale quanto tornare a casa.
Scuola e famiglia non possono lavorare in parallelo. Devono lavorare insieme. Perché se la scuola può insegnare le regole, è la famiglia che insegna il valore di quelle regole. Se la scuola può spiegare cosa fare in caso di emergenza, è la famiglia che può trasmettere l’idea che la propria incolumità viene prima di qualsiasi racconto. Ma educare non significa colpevolizzare. Né la scuola né la famiglia devono trasformare questa tragedia in una lezione punitiva. Devono trasformarla in una lezione di consapevolezza.Tra prevenzione e responsabilità collettiva
La tragedia di Crans-Montana ci costringe a una doppia domanda, che riguarda tutti noi.
Da un lato: siamo ancora capaci di riconoscere il pericolo quando si presenta senza filtri, senza schermi, senza montaggio?
Dall’altro: siamo ancora capaci di pretendere che chi ha il dovere di proteggerci lo faccia davvero?
Perché se è giusto educare i giovani a reagire, è ancora più giusto pretendere che gli adulti e le istituzioni imparino a prevenire.
L’educazione non può diventare un alibi per l’assenza di responsabilità strutturale. Non basta dire ai ragazzi: imparate a non fermarvi. Bisogna dire a chi gestisce i luoghi, a chi controlla, a chi firma autorizzazioni: imparate a non far accadere ciò che non deve accadere.
In una società che trasforma tutto in contenuto rischiamo di perdere il contatto con la dimensione fisica dell’esistenza: con il fumo che brucia i polmoni, con il calore che ustiona, con il panico che dovrebbe farci correre. Ma rischiamo anche di perdere qualcosa di altrettanto importante: la capacità di pretendere sicurezza. Di non accettare che una serata diventi una tragedia per fatalità.
Di non rassegnarci all’idea che “poteva succedere”. Perché in certi momenti scegliere di non filmare può salvare una vita. Ma molto più spesso è una regola rispettata, un controllo fatto davvero, una porta antincendio aperta e funzionante a farlo.
Perciò, alla fine, la lezione più dura di Crans-Montana è proprio questa: non basta insegnare a reagire, bisogna tornare a costruire un mondo in cui non sia necessario farlo.
Marco Viroli
venerdì 16 gennaio 2026