Salviamo la Geografia
Capire il mondo di oggi per progettare il futuro
La Geografia non è un dettaglio. È la chiave per capire il mondo. E oggi è una parola che rischia di scomparire, lentamente, dai programmi scolastici degli istituti tecnici.
Non si tratta di un episodio isolato, né di una semplice revisione degli orari. È il segnale di una direzione più ampia, che riguarda il modo in cui stiamo scegliendo di formare le nuove generazioni. La riforma degli istituti tecnici punta a rafforzare le competenze tecnico-professionali: un obiettivo legittimo, in molti casi necessario. Ma che rischia di diventare miope se, nel perseguirlo, si sacrificano strumenti fondamentali per comprendere la complessità del presente.
Tra questi strumenti c’è la Geografia. Lo dico anche a partire dalla mia esperienza diretta di docente di Geografia economica e generale negli istituti tecnici. Ogni giorno, in classe, emerge con chiarezza quanto questa disciplina sia tutt’altro che accessoria. Ridurre la Geografia significa ridurre la capacità degli studenti di leggere il mondo. Significa privarli delle coordinate per orientarsi in un tempo interconnesso e instabile.
La Geografia non è più, da tempo, la materia delle capitali e dei fiumi imparati a memoria. È l’analisi dei fenomeni globali. È lo strumento per comprendere i cambiamenti climatici, i flussi migratori, le disuguaglianze economiche, la distribuzione delle risorse, i conflitti.
Secondo l’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, la progressiva riduzione dell’insegnamento geografico nelle scuole italiane negli ultimi decenni ha già prodotto un indebolimento delle competenze territoriali degli studenti. Anche organismi come l’UNESCO sottolineano da anni il ruolo decisivo dell’educazione geografica per formare cittadini consapevoli.
In un mondo attraversato da crisi climatiche, tensioni geopolitiche e trasformazioni tecnologiche, togliere spazio alla Geografia non è una scelta neutra. È una rinuncia. Una rinuncia a formare cittadini, oltre che lavoratori. E oggi questa rinuncia appare ancora più grave.
Perché con tutto ciò che accade nel mondo, la Geografia è diventata una competenza indispensabile per orientarsi. Non solo nei punti cardinali, ma dentro la complessità di uno scenario globale che non è mai stato così fragile e conflittuale.
Le guerre che attraversano il nostro tempo non sono eventi isolati. Sono il risultato di equilibri territoriali, risorse contese, confini instabili, strategie geopolitiche. Senza strumenti geografici, questi fenomeni restano incomprensibili, frammenti di cronaca privi di connessione.
La Geografia permette di leggere ciò che sta dietro ai conflitti: le mappe del potere, le rotte energetiche, le aree di influenza, le linee di frattura del mondo contemporaneo. È ciò che consente di collegare i fatti, di dare profondità alle notizie, di trasformare l’informazione in conoscenza.
Senza questa chiave di lettura, il rischio è quello di assistere agli eventi senza comprenderli davvero. E qui si apre una questione culturale più profonda.
La scuola tecnica non può essere ridotta a luogo di addestramento. Non può limitarsi a fornire competenze operative sganciate dal contesto. Perché oggi ogni competenza vive dentro uno spazio globale. Un perito, un tecnico, un operatore economico non lavorano più entro confini locali: sono immersi in filiere internazionali, mercati globali, dinamiche territoriali in continua trasformazione.
Come si può comprendere una filiera produttiva senza conoscere la Geografia economica? Come si può parlare di sostenibilità senza capire la distribuzione delle risorse? La Geografia è il linguaggio di queste domande.
Il rischio, allora, non è solo scolastico. È civile. Una scuola che riduce la Geografia è una scuola che indebolisce la capacità critica. Che semplifica il mondo proprio nel momento in cui il mondo diventa più complesso.
Non si tratta di difendere una disciplina per principio. Si tratta di difendere una funzione: quella di aiutare gli studenti a orientarsi. Perché orientarsi non è un gesto automatico. È una competenza che si costruisce, e senza strumenti adeguati si perde.
La Geografia, in questo senso, è una bussola. Non sostituibile. Non comprimibile oltre una certa soglia senza pagarne le conseguenze.
Per questo serve oggi una riflessione seria. Non ideologica, non corporativa, ma culturale. Serve chiedersi quale scuola vogliamo e quale cittadino intendiamo formare.
Se l’obiettivo è preparare giovani capaci di stare dentro il presente, allora la Geografia non può essere marginale. Deve essere centrale. Non per nostalgia, ma per necessità.
Salvare la Geografia non significa guardare indietro. Significa avere il coraggio di guardare avanti, con strumenti adeguati.
Perché senza Geografia, il futuro diventa un luogo senza coordinate. E una società senza coordinate è una società che rischia di perdersi.
Marco Viroli
venerdì 24 aprile 2026