Conservare e valorizzare il patrimonio culturale e artistico eleva la qualità della vita e l'occupazione
Da sempre sono convinto che la cultura possa essere uno straordinario strumento di cambiamento in quanto è in grado di attivare e sviluppare prassi, pratiche e processi di forte impatto creativo e innovativo, nonché favorire coesione sociale, partecipazione e promuovere cittadinanza attiva. Per questo fin da subito ho sostenuto che è stato un atto più che positivo candidare Forlì, unitamente a Cesena e agli altri Comuni del terremoto provinciale, a capitale della cultura italiana 2028. Il fatto che il progetto presentato dalle istruzioni locali abbia superato una prima selezione è da considerare una affermazione che avrà comunque esiti favorevoli.
Soprattutto per realtà che non sono abituate a valutare il ritorno economico che hanno gli investimenti in questo settore. Lo fa solamente la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì quando presenta i risultati delle grandi mostre sotto l'aspetto del numero dei visitatori e della ricaduta che l'investimento ha generato sul territorio. Invece la cultura va considerata come una risorsa economica strategica che genera valore attraverso industrie creative, turismo, innovazione e sviluppo territoriale, fungendo da motore di crescita sostenibile, creazione di posti di lavoro, trasformando beni e simboli in indicazioni per l'economia moderna e valorizzando patrimoni storici e contemporanei.
Dopo questo primo risultato deve essere rinvigorito di contenuti il dibattito che si è sviluppato in questi mesi attorno alla proposta di candidatura per superare definitivamente il concetto che il binomio cultura-economia sia da considerare con sospetto, se non con disprezzo, fino a qualche tempo fa. Bisogna ribaltare tale giudizio negativo accrescendo la conoscenza di un fenomeno, la cultura, assolutamente pervasivo di ogni attività umana.
Secondo i risultati di studi approfonditi le politiche culturali si possono dividere in alcune categorie funzionali come la conservazione del patrimonio culturale, la produzione di cultura in un ambito positivo mentre al contrario ci possono essere modelli che tendono ad un comportamento negligente di non valorizzazione o peggio ancora di distruzione tangibile.
Ci sono state e continuano ad esserci fasi storiche durante le quali i popoli, o alcune parti, deliberatamente decidono di distruggere le loro maggiori opere d’arte o il loro stesso patrimonio culturale. Durante guerre, rivoluzioni e periodi coloniali città storiche sono state saccheggiate e spogliate dei loro capolavori, interi musei depredati e trasformati in bottino di guerra, mentre importanti monumenti furono distrutti. Insomma la cultura o la si conserva o la si produce oppure la si trascura o la si distrugge, secondo un modello incivile. Noi dobbiamo fare di tutto operando la conservazione e la valorizzazione del patrimonio delle nostre città avendo presente due aspetti, da una parte il mantenimento dell’integrità originaria dell’opera d’arte (restauro e manutenzione) dall'altra il recupero funzionale di antichi palazzi ed edifici per esporre, in modo originale e moderno, quanto si detiene e si è accumulato nel corso dei secoli.
La politica di conservazione in Italia fu avviata nel 1624 a Roma quando un provvedimento del cardinale Ippolito Aldobrandini individuò un primo elenco di opere da tutelare e conservare come parte vitale del patrimonio storico. Nella nostra città possiamo individuare tale proposito con la costituzione della Pinacoteca civica verso la fine dell'Ottocento e successivamente con l'istituzione di diversi musei. Purtroppo da tempo gran parte dei musei cittadini sono sprofondati in un vortice regressivo che li vede chiusi senza una prospettiva a breve di un vero rilancio degli stessi. La candidatura di Forlì per essere riconosciuta capitale della cultura italiana 2028 deve essere lo stimolo per avere un programma e un progetto di recupero e valorizzazione di questo patrimonio. Dopo aver stilato un programma credibile da questo punto di vista, che non può essere confuso con l'elenco triennale degli investimenti degli Enti locali, si deve passare ad individuare gli edifici da recuperare per la valorizzazione degli stessi e nel contempo per dare un contenitore ai musei. Il tutto deve essere accompagnato da un'elaborazione in prospettiva per capire di quanto dovrò aumentare il personale che si occupa di tutto ciò e quali caratteristiche e formazione professionale deve avere, che andrebbe inserito fin da ora negli organici degli enti preposti.
Da osservatore mi pare che le idee in proposito siano alquanto labili e confuse.
Che dire poi della conservazione del patrimonio cittadino da intendere come gestione e una valorizzazione adeguate dell’opera d’arte? Ritengo che conservare senza valorizzare rappresenti un grosso limite, anzi un segno di regresso. Gli esperti sostengono che il metodo e il modello della conservazione devono guardare al futuro, pur ispirandosi al passato per rafforzare l’identità storica. A tale proposito sorge una domanda? Esiste un piano per mantenere il valore del patrimonio culturale accumulato che non siano sporadici? Ci sono progetti di restauro delle tante e preziose carte del Fondo Piancastelli? E delle preziose tele esposte ancora in Palazzo Merenda che saranno un domani trasferite ai Musei San Domenico? E di quelle che sono nei depositi? E di tutti i reperti archeologici che avranno una loro appropriata sede espositiva? E della antiche e belle ceramiche della collezione forlivese?
Ancora una volta da osservatore vedo che le attività dei restauratori diminuiscono invece di crescere, quindi significa che non c'è investimento nè pubblico né provato in questo settore.
Un altro capitolo da affrontare è quello della produzione di cultura che vuol dire sostenere le vecchie espressioni d’arte nella loro forma tangibile (monumenti, musei, archivi, biblioteche e reperti archeologici), ma soprattutto le nuove, quelle che potremmo dire intangibile (cinema, fotografia, musica, pittura, teatro, festival, tutela del paesaggio, ecc.) e materiale (arti decorative e design). Si tratta di capire come garantire un tasso sociale elevato di creatività e di produzione di cultura; come usare la cultura per migliorare la qualità sociale; come trattare l’aumento della componente intellettuale e intangibile dei beni e dei servizi prodotti in una realtà locale che le nuove tecnologie informatiche impone che si confronti con il resto del mondo in tempo reale. Anche in questo caso vedo una situazione alquanto nebulosa, a cui spesso concorrono le associazioni e le realtà culturali troppo spesso ancorate al loro piccolo orticello. Affrontarla con serietà significherebbe elevare ulteriormente il tenore di vita delle nostre realtà e creare occupazione rivolta ai giovani in ambiti che quotidianamente hanno a che fare con l'innovazione e quindi capaci di confrontarsi con le nuove tendenze che pervadono tutti i paesi.
Gabriele Zelli
mercoledì 21 gennaio 2026