Anoressia .. quando il corpo diventa silenzio
Ci sono silenzi che fanno più rumore delle parole.
Si insinuano nei gesti quotidiani, nei piatti lasciati a metà, negli sguardi evitati allo specchio. L’anoressia spesso non inizia con il desiderio di scomparire, ma con il bisogno disperato di essere viste. Davvero viste.
Per molte ragazze, il rapporto con il cibo diventa un linguaggio. Un modo per dire: “Sto male”, quando le parole non arrivano o non trovano spazio. E dentro questo linguaggio, spesso, si intreccia una relazione fondamentale: quella con la madre. Non si tratta di colpa.
Non si tratta di errori da puntare con il dito. Si tratta di legami profondi, complessi, a volte fatti di amore intenso ma anche di incomprensioni sottili.
Ci sono madri presenti, attente, che farebbero qualsiasi cosa per la propria figlia, ma che si trovano improvvisamente davanti a un muro invisibile. Ci sono figlie che amano profondamente la propria madre, ma che sentono il bisogno di prendere distanza… anche attraverso il corpo.
L’anoressia può diventare, allora, uno spazio di controllo quando tutto il resto sembra sfuggire. Un modo per definire confini, per dire “questo è mio”, quando le emozioni sono troppo confuse o troppo forti.
Eppure, dietro quel controllo, c’è spesso una fragilità immensa. Un bisogno di autonomia che convive con il desiderio di essere protette. Un conflitto silenzioso tra il “lasciami andare” e il “resta vicino a me”. Per i genitori, assistere a questo è devastante. Ci si sente impotenti, spaventati, a volte anche respinti. Si prova a fare di più, a controllare, a insistere… ma spesso questo aumenta la distanza.
Per le ragazze, invece, c’è spesso una solitudine difficile da spiegare.
La sensazione di non essere capite, di non riuscire a esprimere quello che si prova senza sentirsi giudicate o invase. La verità è che, in queste dinamiche, nessuno è “il problema”.
Ma tutti stanno soffrendo. Ed è proprio qui che può nascere uno spazio diverso. Uno spazio in cui non serve più difendersi. In cui madre e figlia possono, lentamente, imparare a vedersi davvero. Un percorso psicologico non è un tribunale. Non serve a stabilire chi ha sbagliato.
Serve a costruire un linguaggio nuovo, dove il sintomo non è più l’unico modo per comunicare. Serve a trasformare il controllo in ascolto. La distanza in possibilità di incontro.
E, soprattutto, serve a restituire voce a ciò che è rimasto in silenzio troppo a lungo. Se ti riconosci in queste parole — come ragazza o come genitore — sappi che non sei sola.
E che chiedere aiuto non è un fallimento. È un primo, coraggioso passo verso qualcosa di diverso.
Giorgia Reggiani
venerdì 24 aprile 2026