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Le tradizioni natalizie di un tempo

Le tradizioni natalizie di un tempo

Cosa resta oggi delle antiche tradizioni natalizie? Sicuramente non molto perché il Natale ha assunto più un aspetto consumistico che non di religiosità. Un tempo nel giorno della vigilia si assisteva a un gran fermento per la preparazione della festa. Nel camino della cucina veniva sistemato il ciocco, dopo averlo fatto benedire, in attesa dell'accensione. Doveva essere quello di dimensioni più grandi perché si diceva che chi accendeva il più grosso avrebbe ucciso, nelle settimane successive, il maiale più grasso. Il ceppo bruciava lentamente anche perché doveva ardere a lungo, almeno fino al giorno di Santo Stefano; per alcuni addirittura fino all'Epifania. 

In molte famiglie contadine il mattino del 24 dicembre si impastava il pane, lo so metteva in forno e si preparava la cena per la sera, rigorosamente senza carne per rispettare la vigilia. Un'altra usanza, o meglio superstizione, impediva alle donne di filare e quindi si metteva da parte il fuso e la rocca, perché se avessero eseguito questo lavoro si sarebbero aggrovigliati i capelli della Madonna. In quel giorno il capofamiglia ("l'azdór") andava, in base a quanto stabilito dai patti colonici, a casa del proprietario del terreno per conferire due o più capponi. 

Alla sera la famiglia partecipava alla Messa di mezzanotte e al rientro in base allo spirare del vento si traevano auspici per il nuovo anno e per le coltivazioni. L'assenza di vento e una notte serena erano interpretati come segnale di un ottimo raccolto, secondo il proverbio: "Se la notte di Natale sta sereno, grano assai ed i bachi da seta andranno bene" (quando la bachicoltura era fonte di reddito per le famiglie contadine).

Il giorno di Natale era tradizione rimanere nella propria abitazione (Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi). Al risveglio si indossava un indumento nuovo, preferibilmente una camicia, nella presunzione che avrebbe preservato dalle malattie, dalla miseria e dalle maledizioni. Il capofamiglia versava un bicchiere di vino attorno al fusto di una vite assieme a qualche tizzone del ciocco, quindi la potava nella credenza che tutti i filari e i vigneti del podere producessero uva in abbondanza.

Per il pranzo natalizio era consuetudine, una delle poche che è rimasta, preparare i cappelletti romagnoli, che non vanno confusi con i tortellini bolognesi. Anche nelle famiglie più povere si cercava di onorare questa tradizione culinaria con la sfoglia di farina impastata con uova, tagliata a quadretti e un composto o ripieno ("e cumpens") di ricotta e formaggio secco grattugiato, senza carne. Una volta preparati i quadretti di sfoglia con sopra il composto tutti aiutavano, in particolare i bambini, alla chiusura nella tipica forma, perché i cappelletti erano e rimangono sempre "un bel magné" (un bel mangiare)! Era consuetudine mangiare anche un "garavèl" (piccolo grappolo) d'uva nella certezza che questo gesto avrebbe portato soldi.


Gabriele Zelli

venerdì 8 dicembre 2023

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