Pesca ferma per un mese, sulle tavole vince il pesce d'importazione.
Dal 31 luglio i pescherecci a strascico dell'Adriatico settentrionale restano fermi in porto: una pausa stagionale per proteggere gli stock ittici.
Con l'inizio del fermo biologico, dal 31 luglio i pescherecci a strascico che lavorano tra Trieste e Ancona restano fermi in porto per diverse settimane. È il primo tassello di un calendario di stop stagionali che nelle settimane successive si estende lungo tutta la costa italiana, dal medio Adriatico fino allo Ionio e al Tirreno, per chiudersi a fine ottobre nelle ultime zone del Sud. Una misura che si ripete ogni anno per tutelare la riproduzione delle specie marine, ma che quest'estate arriva in un contesto tutt'altro che sereno per gli operatori del settore.
Un comparto sotto pressione
Coldiretti Pesca descrive un quadro di forte incertezza per la categoria: la revisione della Politica comune della pesca a livello europeo, la definizione del prossimo bilancio pluriennale dell'Unione, i rincari dell'energia e gli effetti sempre più tangibili dei cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova chi vive di mare. Il fermo biologico, per quanto necessario alla tutela delle risorse ittiche, si somma quindi a difficoltà strutturali che il settore si trascina da tempo.
Il vero nodo: quanto pesce arriva da fuori
Ma il dato che più colpisce riguarda l'origine di ciò che finisce sulle nostre tavole. Secondo l'elaborazione di Coldiretti su numeri Istat, nel 2025 l'Italia ha importato oltre un miliardo e cento milioni di chili di pesce dall'estero — un massimo mai raggiunto prima. A fronte di questa cifra, la pesca nazionale si ferma a poco più di 130mila tonnellate l'anno: un divario enorme, che racconta quanto il pescato italiano sia ormai minoritario rispetto a quello che arriva da altri Paesi.
Durante le settimane di fermo, assicura comunque Coldiretti, il pesce italiano non sparisce del tutto dai banchi: piccola pesca costiera, allevamenti ittici, draghe idrauliche e le imbarcazioni che operano in zone non soggette al blocco continuano a rifornire il mercato.
Capire da dove viene il pesce che compriamo non è così semplice
Chi vuole scegliere consapevolmente trova comunque diverse insidie. La legge impone di indicare l'origine sul pesce fresco, ma raramente questa informazione è chiara a colpo d'occhio: al posto della scritta "Italia" compaiono spesso codici come "FAO 37" — la sigla che indica il Mediterraneo come area di cattura — accompagnati da numeri che specificano ulteriori sottozone, tutt'altro che immediati da decifrare per chi fa la spesa. Per i prodotti d'allevamento la normativa richiede invece l'indicazione del Paese d'origine. Al ristorante, però, la situazione si complica ulteriormente: qui non è previsto alcun obbligo di etichettatura, e il consumatore resta sostanzialmente all'oscuro della provenienza di ciò che ha nel piatto.
Un metodo più semplice: seguire la stagione
Coldiretti suggerisce un criterio più intuitivo del leggere le etichette: conoscere la stagionalità del pescato. Nel cuore dell'estate il mare Adriatico offre in abbondanza alici, sarde, sgombri, sugarelli, ricciole, cefali, triglie, gallinelle e scorfani, oltre a seppie, calamari e polpi. Al contrario, specie come merluzzo, nasello, sogliola e rombo sono più difficili da trovare di produzione locale in questo periodo dell'anno, e la loro presenza sui banchi è quindi più probabilmente legata all'importazione.
Emanuele Bandini
giovedì 30 luglio 2026